Orizzonti di Pianura è il portale turistico istituzionale di dodici Comuni della pianura bolognese. Lasciatevi guidare ala scoperta di queste terre ricche di storia, arte e natura.

Settembre 2010
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La storia

LE ORIGINI

Non v'è dubbio che i territori su cui sorgono San Pietro in Casale e le sue frazioni fossero abitati fin dall'antichità, pur essendo "stagni insalubri, quasi tutto bosco e palude", come dicono, con linguaggio colorito, gli storici bolognesi del secolo scorso.
Più concretamente lo testimoniano lapidi sepolcrali, vasi antichi, sarcofaghi e cippi (alcuni dei quali sono ora conservati presso il Museo Civico di Bologna) rinvenuti in queste terre le cui iscrizioni, a volte erudite, fanno risalire fino all'età romana repubblicana.
Condividendo le sorti delle colonie romane della pianura padana, i territori dell'attuale San Pietro in Casale furono travolti dai barbari, che vi si insediarono mescolandosi alle antiche genti.
Fra i secoli VII e IX si parla, in antichi documenti nonantolani, della selva di pianura detta Salto Piano sulla quale Teodalto, signore di Modena e Reggio, comandava.

I rinvenimenti archeologici

La storia delle scoperte archeologiche nel territorio di San Pietro in Casale comincia nel XVI secolo con due rinvenimenti assai importanti per la monumentalità dei manufatti e per l'interesse che suscitarono. Nel 1502 a S. Alberto, frazione di S. Pietro, venne trovata la stele funeraria di Manilius Cordus, del I secolo d.C.: la notizia è data dal Ghirardacci nella sua Historia di Bologna. Qualche anno dopo, a Gavaseto, venne in luce la stele dei Corneli, della fine del II secolo a.C. o degli inizi del I secolo d.C.; ne parla l'Alidosi nella sua raccolta epigrafica del 1621, ricordando che il pezzo era stato trovato in un sito detto "il campo della preda". Altre informazioni tuttavia vengono fornite da un documento dell'archivio della Fabbriceria di S. Petronio, documento particolarmente prezioso perchè registra l'anno preciso del rinvenimento, il 1533, e riferisce che, oltre alla stele, vi erano altre prede, cioè numerosi frammenti lapidei e forse anche fittili. Di qui prende avvio la storia degli studi sul territorio di San Pietro in Casale. Quanto ai due reperti, vennero murati all'esterno di S. Petronio a Bologna, ai lati dell'ingresso sulla odierna piazza Galvani, ornando così la basilica e trovando anche una prima sistemazione museale. Le notizie di scoperte archeologiche avvenute durante il XVII secolo riguardano per lo più stele funerarie ed iscrizioni onorarie, pur non mancando qualche notizia sporadica del rinvenimento di materiali fittili come doli o mattoni bollati. In un libretto del 1692 Girolamo Boselli racconta della scoperta avvenuta, si può dire, sotto i suoi occhi nella chiesa di Massumatico, di una lastra marmorea iscritta dedicata a Marco Aurelio, che era stata reimpiegata come copertura di una tomba. Nel corso del XVIII secolo si segnala, nel territorio di San Pietro in Casale un solo rinvenimento subito ritenuto di grande importanza. è quello del puteale dedicato da Licius Apusulenus Eros ad Apollo e al genio di Augusto, trovato a Maccaretolo nel 1754 o 1756 in un podere dei Padri Domenicani, oggi conservato presso il Museo Civico di Bologna e datato alla fine del I secolo a.C. La prima pubblicazione su questo argomento è la monografia del Paciaudi il quale però non fornisce particolari sulle circostanze e sul luogo preciso del rinvenimento. Nel 1839 a Maccaretolo avviene una scoperta che al momento grande risonanza e che più di un secolo dopo sarà determinante per la rivalutazione archeologica della zona. Si tratta di un monumento funerario a cuspide piramidale di cui vengono trovate alcune parti lapidee (il capitello acroteriale, due mensole e una statua di personaggio togato) e il basamento in laterizio e pietra. E' abbastanza vasta la documentazione sullo scavo pervenutaci: un libretto di Carlo Pancaldi e poi le relazioni ed i disegni acquerellati della Commissione Ausiliaria di Antichità e delle Belle Arti. Il Bormann inoltre nel C.I.L., presentando la documentazione epigrafica di questo territorio, ne sottolinea la peculiarità ed ipotizza la presenza qui di un centro in prossimità della strada per Este ed Aquileia. E' rimasta inedita invece la scoperta di alcuni elementi lapidei e dell'iscrizione di un monumento a cuspide avvenuta a Rubizzano tra il 1860 e '70; solamente l'iscrizione venne pubblicata nel C.I.L. I pezzi, di età giulio-claudia, sono stati conservati sempre in residenze private; dapprima a Rubizzano a villa Donzelli ed ora a Castel San Pietro, sempre in provincia di Bologna.

Durante alcuni lavori di scavo, all'interno del Centro sportivo, nel marzo 1988 sono stati rinvenuti i resti di un impianto rustico - produttivo di età romana i ruderi, murature e piani d'uso e i numerosi oggetti e vasi pressochè integri, per il loro stato di conservazione fanno ritenere che la fine dell'insediamento sia stata cagionata da un evento imprevisto: verosimilmente da una grande inondazione causata dallo straripamento del Reno. Dagli approfondimenti e dagli studi condotti dalla Soprintendenza pare emergere che in detta struttura si effettuavano processi lavorativi (spremitura di prodotti agricoli) finalizzati a circuiti commerciali abbastanza allargati. Nello stesso anno, nel mese di luglio, durante una profonda aratura meccanica in località Maccaretolo, veniva alla luce un sarcofago monumentale d'epoca romana del II - III secolo d.C. La cassa di forma parallelepipeda, ha i lati di 107x210 cm, è alta 67 e a parte poche scheggiature mostra un eccellente stato di conservazione. Il sarcofago, di calcare biancastro a grana grossolana noto come "tufo di Quinzano", proviene sicuramente da cave di Verona. La lavorazione della pietra appare abbastanza accurata, strette fasce lavorate a scalpello compaiono a marginare le modanature e gli elementi ornamentali. Il testo dell'epigrafe è il seguente "T. Attius Maximus / sibii et / Rubriae Semme coniugi / vivi fecerunt", i destinatari del sarcofago erano dunque due coniugi che provvedettero ancora in vita a dotarsi di un sepolcro bisomo. All'interno sono stati rinvenuti i resti dei due defunti seppelliti con rito misto. I resti scheletrici di un uomo adulto inumato in posizione supina e ceneri e carboni frammisti ai quali sono state rinvenute ossa combuste di donna cremata.

DAL MEDIOEVO ALL'UNITA' D'ITALIA

Il nome San Pietro in Casale appare per la prima volta il 20 novembre 1223, nell'ordinanza con la quale il comune di Bologna impone alle comunità del contado un capoquartiere della città a scopo militare.
A questo punto le vicissitudini sanpierine sono in larga misura dipendenti da quelle di Bologna e, molto spesso, dai suoi nemici che con frequenti rapine e saccheggi ne segnano la storia.

In un documento del 1443 appare la dicitura "villa di San Pietro in Casale" forse in riferimento ad un'antica villa fatta risalire agli Antonini e sulle cui rovine Giovanni II Bentivoglio, nel 1490, fece costruire una sua villa che ancora oggi sopravvive, pur molto rimaneggiata, nella frazione di Maccaretolo in località Tombe.

Certamente sino al 1700 quello di San Pietro non fu che un piccolo borgo di poche case raccolte attorno ad una chiesa, anche se un decreto del Senato bolognese risalente al 1544 attesta l'origine, da quella data, di un mercato settimanale che diventerà, secoli dopo, fiorente e conosciuto nella vasta zona del circondario.

Le scarne cronache del piccolo borgo ricordano due grandi incendi che lo provarono duramente: nel 1637 per mano delle truppe antipapali; nel 1809 per opera dei briganti: non fu risparmiato neppure l'archivio comunale.

Forse la prima vera e propria "rivoluzione" che ne modificò sensibilmente l'assetto politico e sociale va fatta risalire al 20 giugno 1796 quando, cessato il dominio pontificio, i proclami del generale Bonaparte abolirono ogni autorità che non fosse il Senato di Bologna e venne dato al villaggio e alle varie parrocchie circostanti la configurazione di comune vero e proprio.
La restaurazione successiva alla caduta di Napoleone riportò a San Pietro in Casale il governo pontificio che vi insediò uno dei 27 governatori che amministravano la provincia di Bologna, a fianco di un consiglio e di una magistratura presieduta da un gonfaloniere. San Pietro, che contava 2984 abitanti comprese le frazioni di Rubizzano, Maccaretolo e Gavaseto, si vide ben presto annessi altri territori: Asia, Cenacchio, Massumatico, Poggetto, Sant'Alberto, San Benedetto e Gherghenzano che, ad eccezione di quest'ultimo, formano ancora oggi il suo territorio.

IL XIX E IL XX SECOLO

Il periodo di storia successivo al 1815 porta ad assetti territoriali non definitivi, con una stabilizzazione soltanto in seguito all'Unità d'Italia.
E' da questo momento che, in un certo senso, inizia la storia vera e propria di San Pietro in Casale, con la formazione di un'identità che cresce con l'affermarsi di una piccola borghesia locale la quale si affianca ai grandi proprietari terrieri.
Crescono i commerci e nascono nuovi servizi: l'illuminazione a petrolio, le fognature, la tranvia a cavallo, a cui si aggiungeranno, negli ultimi decenni del XIX secolo e i primissimi anni del 1900, la costruzione del macello, di una pesa pubblica, della sede comunale (villa Bonora), di nuove strade.

E' all'agricoltura che vanno ricondotte la storia e le strasformazioni di San Pietro in Casale partendo dalla rivoluzione introdotta negli ultimi anni del Settecento con la risicoltura.
A questo si affiancava l'esigenza di regimentare le acque e il panorama, rimasto sostanzialmente immutato per due secoli, cominciava a subire forti cambiamenti.
La risicoltura si sommò alle tradizionali colture asciutte del grano, del mais e della canapa, che costituivano l'asse portante del sistema produttivo poggiante sulla mezzadria.
L'incremento demografico, l'aumento delle schiere dei braccianti, portarono nuovi insediamenti abitativi (alcuni tipici come il "Baraquaj" ancor oggi ben visibile) e ad una maggiore concentrazione attorno ai nuclei urbani.
Così cominciarono a crescere la massa dei lavoratori salariati, a nascere le prime rivendicazioni economiche (già nella prima metà dell'Ottocento, come ci dicono alcuni documenti dell'archivio storico comunale), le prime forme di sciopero, le dimostrazioni per chiedere lavoro, come risposta ad una condizione sociale poverissima ed emarginata, cui a volte si rispondeva con il furto e la devastazione.

Nella primavera del 1944 sorse la seconda brigata "Paolo", comprendente più di un centinaio di sanpierini, oltre forti gruppi di alcuni comuni confinanti. Le azioni di sabotaggio, di difesa delle lotte dei lavoratori e il recupero di armi, iniziate l'anno prima, si intensificarono coinvolgendo molte parti della popolazione.
Il 17 settembre 1944 un primo scontro fra partigiani e fascisti nella zona delle Tombe causò vittime partigiane.

IL CASONE DEL PARTIGIANO

Il csone fu costruito nel periodo fra il 1790 e il 1850 su di un isolotto nel mezzo di una vasta zona paludosa: vi si arrivava attraverso impervi sentieri e prevalentemente in barca. Era adibito a rifugio per il guardiano della valle e per i cacciatori. Era costruito con grossi pali di legno sulla parte anteriore e sulle pareti laterali, coperto di canne, e il retro era in mattoni perché lì si trovavano il focolare e il camino. Dal 1900 al 1940, da parte delle popolazioni del luogo e con interventi consistenti, è stata bonificata una parte della valle a ridosso delle frazioni di Rubizzano, Gavaseto, Cenacchio e Maccaretolo fino nelle vicinanze del Casone, sistemandola a risaia. Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, il Casone aveva già le caratteristiche attuali: circondato dalla fossa collegata con la restante parte del territorio a est, ancora a valle, vi si accedeva tramite una passerella. Nei giorni dell'insurrezione armata contro i tedeschi e i fascisti, tramite le staffette di collegamento, fu ricevuto l'ordine di trasferire a Bologna tutti i partigiani per concorrere alla liberazione della città. Il punto di raccolta dei partigiani, per questo trasferimento, fu la zona del Casone e il "ponte della morte". Nei giorni 18, 19, 21 e 22 aprile 1945 al Casone si riunirono il Comando della 2° Brigata "Paolo" e rappresentanti della 4° Brigata "Venturoli". Il 21 aprile si ebbero i primi violenti scontri con i tedeschi in ritirata, che culminarono nel combattimento di domenica 22 aprile, in tutta la zona che dal Casone va verso San Pietro in Casale, Galliera, Pieve di Cento, Bentivoglio, San Giorgio di Piano e Malalbergo.
A seguito dei lavori di bonifica e prosciugamento della valle, per cedimenti ed assestamenti del terreno, il Casone, già pericolante, crollò. I partigiani della 2° Brigata "Paolo" hanno deciso di ricostruirlo e lasciarlo come testimonianza alle generazioni future.

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