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Le emergenze produttive delle campagne

La lavorazione della canapa

Un'altra importante fibra che, oltre a costituire una coltivazione molto remunerativa in campagna alimentava un fiorente commercio tessile,era la canapa.

Questa pianta fu probabilmente introdotta nel bolognese a partire dalla seconda metà del XV secolo.
Questo nuovo tessuto, date le sue qualità di particolare forza e resistenza, era principalmente richiesto dalla flotta veneziana, che la riteneva estremamente indicata per fabbricare cordami e vele per le proprie barche.

Diverse erano le fasi di lavorazione di questa fibra che richiedevano una grande quantità di manodopera e molto impegno.
Queste saranno le cause che porteranno a un suo lento declino e definitivo abbandono negli anni cinquanta del XX secolo per preferire colture meno impegnative e più remunerative come la barbabietola da zucchero e la frutticoltura.

Prima della semina, tra metà febbraio e inizio marzo, si erpicava il terreno. Dopo una decina di giorni cominciavano a nascere le prime piantine che le donne sarchiavano.
Seguiva, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto la raccolta, che se in un primo tempo era praticata tramite sradicatura, successivamente si cominciò a tagliare le piante all’attaccatura partendo dai confini esterni del campo, dove la canapa era più matura e avanzando man mano verso l’interno.
Quindi il terreno veniva preparato per la semina successiva tramite un’aratura profonda.

La fase più pesante era sicuramente la macerazione da cui si ricavava la tipica fibra setolosa.
Dopo la raccolta, infatti, gli steli raccolti venivano riuniti in bracciate, essiccate al sole e impilate dalle donne che li legavano alle sommità.
Nella fase della tiratura, veniva fatta una sorta di selezione tra gli steli che venivano raggruppati per medesime altezze a formare delle manelle che insieme ai fasci venivano immersi nell’acqua a macerare.

Il macero da canapa

Il macero da canapa, che con l’introduzione di questa nuova coltura diverrà elemento tipico della corte rurale al pari della casa e della teggia, aveva diverse forme e dimensioni in base alla quantità di canapa prodotta in quel podere e sufficiente a macerare la canapa in due volte.

Di solito delimitati da siepi o più spesso da alberi come pioppi bianchi, salici ed olmi, avevano forma rettangolare e una profondità che variava dal metro e mezzo ai due metri, condizione questa che, insieme alla quantità d’acqua e alla natura del terreno in cui il macero era scavato, permetteva una migliore qualità di macerazione della canapa stessa.

Era costituito da due sezioni: una più profonda detta cantina, di forma quadrangolare e una più alta, trapezioidale, con pareti leggermente inclinate e ricoperte da graticci di legno o vimini o da pietre.

I più antichi avevano pali di quercia o rovere piantati sul fondo attraversati da stanghe anch’esse di legno sotto le quali venivano posti i fasci di canapa. Tuttavia il legno in acqua si marciva molto velocemente, e sostituirlo diventava molto dispendioso soprattutto quando la qualità di legno utilizzato cominciò a scarseggiare.
Inoltre porre le fascine sotto le grate richiedeva un impegno di manodopera notevole.
Così si sviluppò maggiormente la modalità di porre la canapa per strati a formare delle sorte di zattere che venivano affondate con sassi dai tre ai sette chilogrammi.

La canapa veniva lasciata a macerare dai sei ai nove giorni in base anche alle condizioni meteorologiche; veniva quindi raccolta da uomini che passavano intere giornate immersi nell’acqua fino alla cintola.
Le donne eseguivano poi le operazioni della scavezzatura e della sgremolatura degli steli in un primo tempo a mano, poi meccanizzate.

I filamenti che si ottenevano venivano classificati in base alla lunghezza e alla lignificazione della fibra in primari e secondari, mentre i frammenti legnosi detti “cannupolo” erano utilizzati o come combustibile o come zolfanelli.
Piccoli bastoncini di circa venti centimetri venivano infatti intinti per una sommità nello zolfo e utilizzati a mo’ dei nostri attuali fiammiferi.
Agli inizi del novecento il cascame veniva anche utilizzato come materia prima nella fabbricazione della cellulosa.

La manutenzione dei maceri richiedeva lo stesso impegno che serviva per la lavorazione della canapa stessa.
Prima dell’inverno venivano completamente svuotati dall’acqua tramite dei canali di scolo, solo in tempi più recenti mediante centrifuga, e il materiale organico recuperato dal fondo, detto tiglio, veniva lasciato sgocciolare ed essiccare nel prato per poi essere raccolto o a fianco della casa o nelle caselle, per utilizzarlo sia come mangime per il bestiame che come efficace concime per i campi.
I sassi gettati sulle fascine per appesantirle, erano recuperati per poi essere riutilizzati.
Il macero veniva riempito con acqua completamente nuova poiché il riutilizzo della precedente, ricca di microrganismi prodotti dalla macerazione, avrebbe potuto danneggiare la fibra della canapa.

L’acqua era di solito ferma o lievemente mossa alimentata da canali pubblici che prevedevano il pagamento di un imposta relativamente alla portata d’acqua del macero stesso.

Durante l’anno poi, il macero che nel caso di quelli più piccoli era di solito collocato nella corte a fianco della casa lungo la strada di campagna, veniva utilizzato come vasca per oche, anatre, rane e pesci, soprattutto tinche e carpe che contribuivano a mantenerlo pulito dalle piante acquatiche e dagli insetti, ma spesso anche come vasca ove lavare i panni o per innaffiare l’orto e in estate come sorta di piscina usata soprattutto dai più giovani.

Forme più stabili di maceri, in muratura, furono realizzate soprattutto da grandi aziende agricole che avevano denaro da investire sia nella loro costruzione che manutenzione.

La diffusione di questa pratica agricola finì nel XIX secolo per soppiantare la coltura del frumento e per ridurre la superficie delle tipiche piantate che con la loro ombra rubavano terreno e luce solare alla nuova pianta tessile.
Difficilmente tuttavia si svilupparono grandi canapifici, la lavorazione rimase infatti soprattutto appannaggio di casalinghe a livello artigianale e domestico senza escludere però che un notevole aumento delle superfici dedicate alla coltivazione alimentarono anche un fiorente commercio di esportazione.
Così da coltura alternata perlopiù al foraggio attraverso la rotazione biennale, si trasformò gradualmente in monocoltura fino ad avere in parecchi territori veri e propri canapai stabili a cui si affiancò una maggiore meccanizzazione delle operazioni di lavorazione, l’estensione dei maceri, l’ampliamento delle case rurali per accogliere i lavoratori stagionali e la costruzione degli appositi edifici per il ricovero della canapa, le caselle.

La piantata emiliana

Un aspetto fondamentale delle terre bolognesi che vede il suo primo impianto intorno al XIV secolo ma che definirà i suoi tratti essenziali solo nel 1500 è la piantata bolognese.
Questa nuova forma di coltivazione trova forse un suo antenato nell’agricoltura etrusca.
L’area di diffusione dell’arbustum gallicum (piantata all’uso gallico) coincide con l’area di influenza etrusca. La denominazione arbustum gallicum non deriva dal fatto che l’utilizzo di tale tecnica fosse conosciuta e utilizzata dai Galli nelle loro aree di insediamento, bensì perché tale pratica trovava particolare diffusione proprio nell’area della Gallia Cisalpina dove i Galli da tempo si erano sostituiti alla presenza etrusca.

La piantata, costituita da filari di vite appoggiati a un sostegno vivo (acero, olmo, pioppo o gelso) nasce dall’esigenza di mettere a disposizione campi per la coltivazione di foraggio per il bestiame, dopo che le opere di dissodamento e bonifica avvenute nel XII secolo avevano ristretto notevolmente i pascoli naturali a disposizione degli allevatori.
I filari di viti quindi, che durante il Medioevo erano limitati ai giardini e ai pergolati delle ville urbane e dei casali rustici, grazie alle opere di bonifica e dunque alla maggiore disponibilità di terreno diventano protagonisti dei campi aperti.
Se per tutto il trecento e il quattrocento questa forma di coltivazione fungeva fondamentalmente da confine tra i poderi, come ornamento ai viali di accesso o delimitava strade e fossati, a partire dal Cinquecento, la suddivisione in appezzamenti più piccoli delle larghe, cioè dei grandi riquadri a coltura estensiva ricavati dai terreni di recente bonifica, divennero terreni utili alla coltivazione promiscua vite-grano.

Si distinguevano due tipologie fondamentali di piantata:
in una prima fase quella con filari sostenuti da pali (aliva o alipa con una antica denominazione emiliana tradotta in dialetto bolognese moderno in élva) sostituita poi in seguito a migliorie nell’ambito dell’agricoltura dal “piantamaint” ossia filari di viti che appoggiavano i propri tralci ad alberi di sostegno (olmi o gelsi).

Ulteriori distinzioni ci vengono indicate dai trattatisti ottocenteschi come Filippo Re, Carlo Berti-Pichat o Francesco Luigi Botter che ne distinguono alcune tipologie in relazione soprattutto alla natura del terreno.
Così la sistemazione a “rivale”(un solo filare lungo il campo)  o “doppia” (la scolina separa due filari di viti alberate) dove i terreni sono permeabili.
Per i terreni argillosi e quindi impermeabili consigliano invece la piantata a “cavalletto” ossia su una stretta striscia di terra della stessa lunghezza del campo chiusa tra due scoline.
Questo permette agli alberi di non rimanere troppo a lungo immersi nell’acqua che potrebbe inondare i campi. Fu la soluzione maggiormente adottata anche nei canapai e nei terreni più produttivi.

La distanza tra una piantata e l’altra di solito misurata in 8-10 piedi (3.04 -3.08 metri) serviva per mantenere una distanza adeguata tra i filari per non sottrarre luce ai campi coltivati ma era spesso stabilita dall’agricoltore in base alla volontà di dedicare maggiore o minore spazio alla cerealicoltura.

Quando, con l’età napoleonica, ulteriori interventi di bonifica daranno spazio alle nuove coltivazioni industriali, la canapa e la barbabietola da zucchero troveranno posto nelle piantate come sostituti del grano.

La piantata, oltre a costituire una razionale forma di utilizzo del terreno, permetteva di sfruttare in diversi modi i tutori vivi su cui le viti sostenevano i propri tralci.
Gli alberi infatti venivano periodicamente “capitozzati” ossia ne venivano tagliati i rami principali ad una certa altezza mantenendo sempre alcune branche principali ripulendole dai nuovi getti.
Da questa operazione si ricavavano grossi rami; la corteccia ottenuta dalla loro ripulitura, costituiva utile mangime per il bestiame e il legname rimasto era utilizzato come combustibile durante l’inverno.

Diverse erano le piante che venivano utilizzate come sostegno per i filari di viti per esempio pioppo, salice, acero campestre (oppio), gelso, bagolaro; ma sicuramente era l’olmo ad essere privilegiato poiché il suo ricco fogliame si rivelava molto utile come mangime per il bestiame soprattutto nei periodi di siccità in cui scarseggiava la possibilità di trovare  foraggio fresco per gli animali.
Così i contadini raggiungevano le cime di questi alberi  grazie ad una scala e scuotendone le chiome ne raccoglievano poi le foglie dentro a grandi cesti per poi distribuirlo agli animali.
Recenti studi hanno inoltre dimostrato che un’alta concentrazione di azoto in questo tipo di fogliame permetteva di fornire al bestiame un mangime molto nutriente.
Anche gli altri tutori vivi sopra citati risultavano essere utili  oltre che nel fornire sostegno ai filari come valida alternativa nell’approvvigionamento di foraggio fresco, anche se meno abbondante dell’olmo.

Il legno molto duro e quindi particolarmente resistente dell’acero campestre detto anche oppio, per esempio, era utilizzato nella fabbricazione di assi di legno, ruote per i carri o ancora per le suole degli zoccoli. 
Ciò che determinava la scelta di uno specifico albero di sostegno era dettata dalla tipologia di terreno e dalla coltivazione a cui veniva abbinata, l’elemento da tenere in maggiore considerazione era che le sue radici non togliessero troppo terreno alla coltivazione e la sua chioma non vi facesse troppa ombra.
Per questo meno frequenti erano le piantate con pioppi o querce che venivano per lo più utilizzati come alberi di testata o più spesso nei cortili o lungo i poderi a delimitarne i confini.