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L'agricoltura nella storia

Le prime forme di agricoltura

L’esigenza dell’uomo di dominare il territorio per soddisfare il bisogno di procurarsi cibo e di possedere un riparo hanno dato vita alle prime forme rudimentali di agricoltura e di costruzioni abitative già a partire dal III millennio.
Siamo di fronte ad un’organizzazione dove non esiste la divisione in classi, basata su clan all’interno dei quali ciò che importa sono i vincoli di parentela e la proprietà collettiva della terra.
La dimensione e l’organizzazione dei clan infatti è proporzionale a una determinata dimensione territoriale che dipende unicamente dai mezzi offerti per la sussistenza di chi da quel pezzo di terra dipende.

Solo nel II millennio, quando questi gruppi tribali cominceranno a stabilirsi definitivamente su alcune aree, vi sarà un’espansione dei rapporti economici e commerciali a più ampio raggio.

Così si sviluppa la civiltà villanoviana con la quale si diffonde una prima idea di strutturazione del territorio.
Si modificano le relazioni anche all’interno dei gruppi che su tali territori si stabiliscono.
A un’organizzazione infatti indistinta dei clan tribali si sostituisce una divisione in gentes che emergono per l’accumulo di ricchezze da parte di poche famiglie grazie alla rete di scambi commerciali sempre più ampia. E’ la premessa a quanto si verificherà nell’organizzazione della società urbana.
Come possiamo immaginare non è più valida la proprietà collettiva del suolo e il possesso e l’uso dei campi sono regolati da norme più complesse che fanno riferimento al rapporto tra agricoltura e allevamento e ai metodi di lavorazione con l’aratro.
Questo strumento presuppone infatti una regolarizzazione dei campi, che vengono sempre più coltivati a vegetali e cereali e nelle zone più fertili; l’agricoltura si sta sempre più  trasformando in un’attività stanziale.

Gradualmente si avvia un processo di suddivisione della società in classi sociali, gens, a cui corrisponde un’organizzazione del territorio in “pagus” e “vicus”, divisione che persisterà durante tutto il periodo romano sotto la maglia della centuriazione, delle colonie e dei municipi.
Pagus e vicus si estendevano su unità territoriali ben definite di solito corrispondenti ad aree fertili in grado di consentire la sussistenza di coloro che ne facevano parte.
Il vicus risulta però come un sottosistema del pagus poiché le famiglie che lo costituiscono sono prima di tutto pagane in quanto stanziate su alcune terre interne al pagus, regolati però da leggi specifiche, rituali e assemblee a cui possono partecipare solo gli appartenenti ad un determinato vicus.
Tale suddivisione in pianura sarà premessa dei tipici insediamenti sparsi che qui si diffonderanno e persisteranno per lungo tempo.
Questa nuova organizzazione si sviulppa attorno a un nucleo edificato risultato dell’unione di più villaggi.
Tra un vico e l’altro, oppure fuori dal pagus, si estendono terre comuni riservate ad usi religiosi, civili e difensivi.
Le terre compascue invece restano spazi comuni ai diversi gruppi destinate al pascolo. La vita di queste comunità trova comunque il suo punto di riferimento nella figura del princeps che vive nel castellum dove si riuniscono i magistri vici per decidere su questioni comuni.

La civiltà etrusca

A partire dalla metà del VI secolo queste terre conoscono la presenza della civiltà etrusca, civiltà di città che si stanzia in rapporto agli insediamenti già presenti.
Pur senza riuscire a creare una struttura stabile che veda una continuità nel tempo, creerà le premesse su cui la civiltà romana potrà porre le proprie basi. Società basata sull’agricoltura e sul commercio, nella scelta dei siti ove fondare nuovi centri insediativi cercano di non intaccare terreni coltivabili tenendo in considerazione i rapporti con i centri maggiori e con le organizzazioni territoriali preesistenti.
La società è suddivisa in classi e quella aristocratica prevale in quanto detentrice della proprietà del suolo urbano e rurale.
Un legislatore si occupa di regolare i rapporti tra i diversi gruppi fornendo garanzie comuni mediante una costituzione.
Verranno istituite magistrature preposte all’ordine delle città cui corrisponderanno figure analoghe per la campagna.
L’uso collettivo del terreno verrà sempre più ridotto non solo dall’introduzione della rotazione biennale ma da una progressiva appropriazione della terra che si avvia a diventare proprietà di una singola famiglia, pilastro della società etrusca.
E’ in questo periodo che hanno inizio anche i primi lavori di bonifica e dissodamento dei suoli occupati da paludi con la volontà di espandere gli insediamenti in zone apparentemente ostili all’uomo.

Tuttavia a questa grande fase di progresso introdotta dalla civiltà etrusca seguirà una fase di stasi se non addirittura di regresso a seguito delle invasioni dei Galli Boi con i quali si tornerà ad un’organizzazione territoriale comunitaria priva di istituzioni stabili e di azioni progressive nei confronti dell’agricoltura. Sarà proprio in questa fase che molti campi verranno abbandonati e con essi le opere di bonifica distrutte.

L'epoca romana

Soltanto a partire dal III secolo a. C. le basi gettate dagli Etruschi e dalle popolazioni antiche verranno riprese e sviluppate dalla civiltà romana.
Con essa si svilupperà una prima ed organica sistemazione del territorio tramite la centuriatio la cui suddivisione in agri e centurie oltre a seguire la conformazione orografica del territorio, ricalca l’antica suddivisone dei terreni in pagi e vici.
Nella colonia romana campagna e città oltre ad essere suddivise secondo lo stesso modulo sono in un rapporto di stretta interdipendenza tra loro e con la natura circostante, i cui elementi (fiumi, dossi, stagni, pendici collinari) diventano integranti e indispensabili nella suddivisione dettata dalla centuriazione.
Questa tecnica era espressione delle esigenze che gli sviluppi dell’agricoltura richiedevano e rispondeva in maniera efficace a ciò che il terreno poteva offrire.
Questo spiega il successo e la persistenza di tale formula attraverso i secoli.

Se già con la civiltà etrusca si assisteva a una progressiva affermazione della proprietà privata a scapito degli spazi coltivabili comuni, con la società romana questo aspetto si radicalizza ancora di più e gli unici terreni rimasti ad uso collettivo sono i pascoli e gli incolti.
Questa affermazione è ulteriormente sottolineata dai limes suddivisioni fisiche, spesso naturali, che distinguono una proprietà privata dall’altra.
Questo non esclude che esistessero istituti, come il diritto di passo e il diritto di acquedotto, che prevedevano la manutenzione estesa a tutti i cittadini degli spazi comuni.
Inoltre si afferma la pratica della rotazione biennale e con le coltivazioni arboree si definiscono sempre più gli spazi agricoli a scapito di quelli destinati ai pascoli.

Dopo la caduta dell'impero romano

A questa fase di grande splendore succede, come si era già verificato con i Galli Boi dopo la breve fase di insediamento etrusco, un periodo di decadenza e di abbandono delle campagne e delle città.
Il lento declino dell’Impero romano, a cui seguono le invasioni barbariche, definiscono un periodo in cui le boscaglie avanzano sui coltivi, dove i fiumi non più protetti dagli argini straripano nei territori limitrofi allagandoli, dove le città si chiudono entro le proprie mura per questioni di difesa.
Progressivamente alle comunità di liberi agricoltori si sostituirà una diffusa situazione di servaggio o semilibertà.

A partire dal VI secolo con il dominio longobardo si afferma la forma dell’azienda curtense che sottolinea il generale stato di asservimento delle antiche comunità.
Questa nuova forma di organizzazione dell’agricoltura e di conseguenza del territorio consiste infatti in terre dominate da un signore e coltivate dal lavoro servile, in terre ripartite in piccoli fondi, detti mansi, dove il signore in cambio della concessione a coltivarli richiede un canone sui prodotti o giornate di lavoro da svolgere sulla sua tenuta.
Se in un primo tempo la curtis è caratterizzata prevalentemente da piccoli villaggi, soltanto più tardi vedrà ampie estensioni di terreni concentrate nelle mani di pochi, a seguito dell’affermazione delle ampie proprietà dell’aristocrazia laica ed ecclesiastica.

Complessivamente dunque comincia ad affermarsi quello che sarà un tratto tipico dell’Emilia ossia la compresenza sul medesimo territorio di villaggi corrispondenti agli antichi centri e nuclei rurali o casali sparsi sui campi.
Il fattore di continuità della centuriatio e la persistenza di questa divisione sul territorio comporta uno sviluppo dei villaggi spesso in corrispondenza di chiese e cappelle che sorgono nei luoghi abitati da lungo tempo.

Nel IX secolo l’invasione degli Ungari sovverte ancora una volta i rapporti che si erano stabiliti fino a quel momento poiché il castello diventa la forma preminente sul territorio quando tutti i piccoli centri e villaggi si fortificano. Attorno ad essi si concentrano uomini e terre che nel castello cercano rifugio dai saccheggi e dalle incursioni.
Questa forma che nasce come strumento essenzialmente militare e di difesa diventerà poi mezzo di imposizione feudale fissando vincoli sempre più forti con uomini e terre.
L’affermazione del signore feudale, che in quanto possessore di un determinato ambito territoriale ne esercita anche i diritti su coloro che ci abitano, porta inevitabilmente a un ulteriore affermazione di quella condizione servile che avevamo già visto prendere piede con l’azienda curtense.
Vengono abolite le distinzioni interne al ceto rurale che tende a un grado di omogeneità sempre maggiore, asservito al dominus feudale.
Questa nuova organizzazione sociale si ripercuote anche sull’organizzazione dei campi e dell’agricoltura.
Il territorio si dissemina infatti di campi chiusi coltivati ad orto e vigneti o frutteti affiancati da campi aperti delle grandi proprietà e coltivati prevalentemente a cereali che riflettono una divisione delle antiche tenute in appezzamenti più piccoli concessi con contratti di enfiteusi o a livello.
Ad ogni modo anche questa nuova forma di insediamento sul territorio riflette il carattere di continuità col passato poiché i castelli e i borghi fortificati sorgono spesso sugli antichi villaggi, curtis o territori rurali inglobando talvolta entro le mura castrensi la stessa chiesa rurale.

XII secolo: bonifiche e dissodamenti

Arriviamo quindi al XII secolo, di fondamentale importanza per una serie di opere di bonifica e dissodamento che detteranno una massiccia riorganizzazione del territorio tenendo sempre in considerazione i segni delle forme di insediamento che nei secoli avevano caratterizzato questi luoghi. Le basi per questa profonda trasformazione erano già state gettate nei secoli precedenti.
Tuttavia erano interventi frammentari, per lo più guidati da monasteri insediati ai margini delle terre incolte e boschive che tentavano con prime opere di dissodamento e bonifica di conquistare terreno all’agricoltura o feudatari laici che accordavano concessioni di terreno incolto con patto di dissodamento o piantagione per assicurarsi uomini armati nelle rivalità contro le signorie limitrofe.
E’ solo però nel XII secolo che le nuove forme di organizzazione sociale consentono di avviare quei grandi interventi collettivi che hanno consentito di estendere le campagne strappando terreni alle aree boschive e paludose.
Tali lavori vengono gestiti da consorterie di livellari, associazioni di familiari, abbazie o comuni che in quest’ultimo caso assumeranno quel compito di controllo sulle strutture di uso comune che manterrà inalterato per lungo tempo.
L’agricoltura si apre ai mercati cittadini ed europei superando quindi i confini della semplice attività di sussistenza che per secoli l’aveva caratterizzata.

Ma se da un lato queste opere consentono l’ampliamento delle terre coltivabili, dall’altro la riduzione di aree forestali e boschive entra in contrasto con le esigenze degli allevatori che si vedono preclusa la possibilità di praticare il pascolo brado, soprattutto nel momento in cui si diffonde l’uso di recintare i campi con le siepi.
Questa usanza apparentemente banale, aveva in realtà un ruolo molto importante poiché oltre a costituire un elemento di delimitazione e di confine, forniva bacche, foglie e legna e poiché strutturata su tre livelli di altezza era un utile barriera contro il vento. 
Soprattutto nel bolognese, era diffusa una tipologia di siepe a tre diversi livelli di altezza, dove il più elevato era costituito da alberi ad alto fusto, come pioppi, gelsi, frassini, ben distanziati tra loro a cui si alternavano olmi, oppi, gelsi, salici che raggiungevano dai 3 ai 5 metri di altezza.
Per ultimo, fino a circa un’altezza di 3 metri, si estendevano cespugli spinosi come il biancospino, il rovo, la marruca particolarmente efficaci nel tenere lontani gli animali ma anche eventuali intrusi. 

L’azienda curtense si avvia lentamente al suo declino che vedrà una decisiva conclusione con l’abolizione della servitù della gleba nel 1256.
Si diffonderanno così sempre più tipologie di contratti che porteranno  alla frammentazione delle grandi proprietà signorili ed ecclesiastiche in fondi a lavoro libero dove si stanzieranno i coloni dietro pagamento di un canone.

La bachicoltura

La fortuna riscossa dall’allevamento dei bachi da seta che alimentava l’industria serica di fondamentale importanza per l’economia cittadina bolognese, favorì la coltivazione dei gelsi.

Se in un primo tempo i più diffusi erano probabilmente i gelsi neri dalle foglie grosse e dure, nel quattrocento i bachicoltori cominciarono a preferire i gelsi bianchi dalle foglie più fini e sottili.
Fino al XVIII secolo la lavorazione della seta rimase appannaggio esclusivo delle fabbriche seriche della città, cui il contado si limitava a fornire la materia prima per la lavorazione.
Tale attività a partire dal XVI secolo comincia ad essere protetta da norme e bandi che ne vietano la lavorazione all’interno del contado e che prevede pesanti pene per chi contravviene a tali divieti.
Tuttavia, soprattutto a seguito di una grave crisi economica dovuta all’arrivo in città di tessuti stranieri tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, si registra nel contado una forte immigrazione di artigiani cittadini a cui viene concessa la possibilità di lavorare la seta per uso famigliare, concessione che si trasformerà inevitabilmente, a partire dal XVIII secolo, nella possibilità anche per le campagne di lavorare a livello industriale e di commerciare tale tessuto.