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Villa Beatrice

Un po' di storia..

Esempio di villa di campagna del bolognese, se ne può datare la costruzione attorno alla seconda metà del 1500, voluta dalla famiglia dei Marchesi Angelelli suoi primi proprietari.
Nel 1669 passa al Marchese Costanzo Zambeccari, proprietario dell'intera tenuta fino al 1850, anno in cui viene venduta unitamente ai 12 poderi tenuti a mezzadria. Dal 1850 al 1880 la tenuta cambia tre proprietari, a noi sconosciuti, per poi passare a seguito di asta per la vendita del 23 giugno 1881 all'avv. Enea Facchini. La Villa prenderà il nome dalla moglie dell’avvocato, la Contessa Beatrice Laura Facchini, scomparsa prematuramente.
Nel 1943 il ragioniere Alessandro Facchini dona la vasta proprietà al Ricovero di Bologna (oggi IPAB Giovanni XXIII) riservando l'usufrutto alla moglie Maria Facchini Salvatori. Verrà poi acquistata nel 1996 dall'Amministrazione Comunale di Argelato.

La struttura

Questo palazzo ripropone nel proprio corpo centrale i tipici moduli architettonico - compositivi delle ville bolognesi del periodo cinquecentesco con la doppia scala di accesso che conduce alla loggia a doppio volume, con l'omogeneità funzionale caratterizzante un periodo teso a esaltare la razionalità umana rispetto alla natura. In questo periodo inoltre si inizia a gestire imprenditorialmente la campagna e la residenza signorile viene considerata non solo come luogo di piacevole riposo, ma anche come sede dell'impresa agricola.
Tutti questi motivi condizionano l'impianto architettonico integrando le varie funzioni del governo della residenza del signore e dei servitori raggiungendo un’assoluta continuità tra soluzione urbanistica e soluzione architettonica. La loggia mantiene, con le aperture vetrate a Nord e Sud, il ruolo di perno spaziale del palazzo, ma l’unicità nel panorama delle ville della pianura bolognese è costituita dai corpi laterali a corte riservati alla servitù, dando così l'idea di un’alta funzionalità distributiva e creando una netta divisione del piano di servizio da quello nobile; così nel cortile a ovest si concentrano i lavori più fastidiosi causanti odori e viavai con le cucine, la dispensa, le stalle e le abitazioni della servitù mentre a est, dove si affacciano sale ed ambienti importanti, troviamo funzioni più contenute che consentono un uso più garbato dello spazio.

L'interno

In tutti gli ambienti del piano nobile della Villa appaiono splendide decorazioni seicentesche nel soffitto ligneo e nei fregi alle pareti, commissionate da un colto personaggio della famiglia Angelelli con intento celebrativo: le stanze presentano dipinti a grottesche (decorazione caratterizzata da forme fantastiche umane, animali e vegetali) e riquadri di storia familiare e di tutti i giorni, eseguiti da due mani differenti.
Purtroppo la Villa ci è stata data spoglia di arredi così non possiamo esattamente sapere cosa succedeva e quali funzioni avessero queste sale, ma supponiamo fossero le stanze di ricevimento e di vita quotidiana dei signori.

Lato Ovest

Sembra che l'autore sia Cesare Baglione nato a Bologna o Cremona nel 1545, allievo del Fontana e amico dei Carracci tanto che il Malvasia lo descrive come “loro compagno d’osteria”; morì a Parma, zona nella quale operò attivamente come ad esempio nel Castello di Torrechiara. Questa parte della Villa la
potremmo definire “delle donne”, in quanto sia gli affreschi sia le scritte in latino ci indicano i valori e le virtù che devono avere le brave signore della casa. Le stanze sono state denominate con i nomi dei soggetti affrescati:

1. SALA DELL’EREMITA
L’eremita è posto sulla parete di fronte all’entrata: da notare i tre colori predominanti, il verde, il rosso e il grigio, e la scritta in tedesco nella parete interna che appare, nonostante sia stata coperta, opera di quell’esercito durante la seconda guerra mondiale.
2. SALA DEI FANCIULLI
Sala che racconta come devono essere educati e cresciuti i figli per divenire adulti..
3. SALA DEI PESCI
Si caratterizza per un chiaro richiamo al territorio: Argelato era vicino al corso del fiume Reno e, di conseguenza, soggetto ai suoi capricci. Il territorio circostante era palustre. In questa sala si descrive l’educazione delle fanciulle affinché diventino brave padrone di casa e brave madri.
4. SALA DEGLI UCCELLI PALUSTRI
E’ la sala delle donne per eccellenza: vi sono affrescati i mestieri femminili. Le donne fanno il pane ma soprattutto tessono la tela. Sembra vi sia affrescato il processo di lavorazione della canapa, importante fonte di reddito della zona bolognese (altro richiamo al territorio) fino ai primi anni sessanta del
novecento.


Il carattere allegro del pittore (come ci tramanda il Malvasia), unito alla sua particolare abilità, riesce a infondere nei dipinti quella vivacità interpretativa capace di rendere così deliziose le scene di genere poste ad abbellimento delle ville principesche. Probabilmente la sua vena realistica trasse ispirazione dal prolungato contatto con i Carracci.

Lato Est

Gli affreschi di queste stanze sono avvolti nel mistero e ci sono due scuole di pensiero: la prima afferma che gli affreschi non sono più del Baglione ma di un altro artista a noi sconosciuto, si ipotizzano il Dentone o Menghino del Brizio, entrambi presenti a Villa Paleotta di Bentivoglio, al Casino Malvasia del
Trebbo, mentre il secondo ha operato in Casa Sampieri a Volta Reno. La seconda sostiene la tesi che sia opera dello stesso Baglione (con un altro stile poiché era un artista poliedrico) oppure di allievi della sua scuola.
Le scene cambiano leggermente, siamo in presenza di fregi che esibiscono figure di divinità mitologiche e paesaggi con stemmi e motti araldici, inquadrati in cartelle contornate ai lati da sirene scultoree e in basso da mascheroni e tralci floreali. Si ammira anche un’altra foggia di cartella sormontata da due amorini in atteggiamento vezzoso, segnale questo del tramonto dell'epoca cinquecentesca connotata dall'iconografia del gioco e dell'allegrezza, nonché delle allegorie stagionali e dei poemi eroici incentrati
sulla potenza dell'uomo e degli dei. Questo lato rappresenta la parte “maschile” della villa: non solo le scritte latine ma anche gli affreschi intendono rappresentare le attività a cui erano dediti i Signori
dell’epoca. Le sale:

5. SALA DEGLI UCCELLATORI
E’ una tecnica di caccia rappresentata nell’affresco, tipica del periodo seicentesco. Presenza di un forte verismo nelle scene rappresentate.
6. SALA DEI CACCIATORI
Sono affrescati vari tipi di caccia e pesca praticati nel territorio, a rimarcare il forte legame con il medesimo.
7. SALONE DELLA MUSICA
Con il Salone dell’Eremita è la stanza più grande, in cui sono rappresentati vari strumenti musicali ed anche scene di gioco e di caccia.
8. SALA DI MERCURIO
E’ un richiamo al mondo classico: siamo in pieno Rinascimento, periodo antecedente la Controriforma, con la riscoperta del mondo classico e dei suoi miti.
9. SALA DELL’ASTRONOMO
Il tema della riscoperta delle scienze è tipicamente rinascimentale: si vede l’astronomo intento a scrutare il cielo e gli astri; vi è anche un riferimento alla geometria con la rappresentazione di forme geometriche (triangolo, quadrato, cerchio) ma vi è anche un monito all’uomo che deve conoscere solo ciò che gli è concesso da Dio.


I camini sono stati costruiti dalla famiglia Facchini che si stabilì ad Argelato in maniera definitiva. Quanto sopra è provato sia dalla conseguente copertura degli affreschi che dal colore del marmo scuro, usato tipicamente nell’ottocento, mentre in epoca rinascimentale predominavano i colori chiari. Si nota quindi la trasformazione dell’uso della Villa da luogo di delizia a casa padronale vera e propria. Sopra le porte si intravedono ancora le scritte dell'esercito tedesco che aveva installato nella villa un proprio comando.

La Cappellina

In segno di amore e devozione, la cappellina è dedicata alla moglie del Conte Enea Facchini, Beatrice Lauro Facchini, morta di malattia. E’ una struttura molto semplice e lineare, si affaccia sulla scala a nord della villa; l'altare è in legno marmorizzato finemente decorato, la pala d’altare doveva raffigurare una
Sant'Anna con la Madonna giovinetta, ora mancante. Nelle mappe di fine cinquecento - inizio seicento, non c'è traccia della cappella e, sia per questo motivo sia per la struttura classica tipica dell'800, si ipotizza che sia stata costruita successivamente alla creazione della villa. Durante il restauro si è tuttavia riscontrata la presenza di una pittura più antica; inoltre tutte le ville di famiglia nobile avevano una propria cappella privata poiché, con la forte divisione in classi sociali, un nobile non doveva mai confondersi con il volgo. L'acquasantiera è stata rifatta durante il restauro della villa e donata dai restauratori.