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Nelle terre di Argelato

Primo percorso: le perle di Argelato e Volta Reno

Sabato mattina: usciti a Bologna Interporto dall’autostrada A 13 e imboccata la SP 3 (Trasversale di Pianura), ne percorriamo un tratto fino alla svolta in direzione di Funo. Giungiamo all’intersezione e svoltiamo a sinistra, proseguendo lungo la SP 4 (Galliera) e seguiamo le indicazioni per Argelato.

Arrivati nel centro cittadino, che si trova lungo la SP 42 (Centese), alla nostra destra mettiamo in sosta l’auto e ci apprestiamo a visitare la chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo, forse costruita prima del passaggio del feudo sotto Matilde di Canossa (1046). Successivamente pare che l’edificio religioso sia stato ricostruito nel 1462 con l’aggiunta di un convento dei Padri di S. Francesco.
Nel 1753 l’edificio è stato ampliato verso la forma attuale, con l’aggiunta dell’abside nel 1800. All’interno troviamo l’altare maggiore sormontato dall’immagine del santo patrono, attorno al quale si dispongono lateralmente quattro altari arricchiti da otto quadretti di santi di buona fattura. Dietro l’altare notiamo l’organo di Adriano Verati realizzato nel 1888 e ubicato in tale posizione dal 1942, a seguito di lavori di ristrutturazione della canonica. Sulla navata si affacciano quattro cappelle, delle quali le prime due, centrali, sono le più antiche e contengono nel pavimento le sepolture dei parroci sino all’Ottocento; l’altare di sinistra è dedicato alla Madonna del Rosario, mentre quello di destra è dedicato al SS. Crocifisso.

Proseguiamo il nostro percorso a piedi e torniamo lungo la via Centese e, dopo circa 500 metri, ci dirigiamo a sinistra dove due pilastri, un delizioso cancello in ferro battuto ed il lungo viale alberato, sono i segnali che indicano la presenza di un edificio importante e di una vasta proprietà; parliamo della tenuta di Villa Beatrice che prende l’attuale nome dalla moglie dell’avvocato E. Facchini, rappresentante dell’ultima famiglia proprietaria antecedente alla gestione dell’Istituto Giovanni XXIII e attualmente di proprietà comunale.
A causa della mancanza di precise notizie storiche, si potevano formulare solo ipotesi sulle origini di questa tenuta, attribuendo la realizzazione dell’intero complesso tra il XVIII e il XIX secolo.

Da oggi, invece, Villa Beatrice può essere affiancata alla rosa delle ville rinascimentali, primo fiore all’occhiello dell’architettura e del “giardino-campagna” (disposizione e legame esistente tra la villa e la sua area di pertinenza, che non si conclude nei propri limiti, ma si estende verso i poderi) dell’attuale territorio argelatese antropizzato, grazie alla scoperta di antichi carteggi e degli originari proprietari.

Nelle raffigurazioni rinvenute, il palazzo appare sin dal XVII secolo già completo delle ali laterali, del giardino e dell’ordinata disposizione della campagna attorno al lungo viale. I primi documenti che si hanno in possesso sull’area in questione risalgono al 1625 con la planimetria del perito agrimensore Vincenzo Sassi; in tale perizia si vede la parte centrale della suddetta villa completa di scala (allora a pianta circolare) e di cuspide centrale. Una successiva pianta dello stesso periodo individua la villa e la proprietà confinante del Marchese Giovanni Maria Angelelli; si nota chiaramente la facciata Sud con la sola appendice laterale a Ovest, la scala a pianta circolare e la cuspide centrale del prospetto caratterizzante la forma del tetto. Camillo Saccenti nel 1669 compie un’accurata perizia sui beni degli Angelelli ad Argelato per certificarne il passaggio al Marchese Costanzo Zambeccari, sposatosi con la nobildonna Isabella Angelelli. La stima dettagliata della tenuta, testimonia come l’edificio e l’area agricola abbiano già la conformazione odierna.
La famiglia Zambeccari rimane proprietaria dell’intera tenuta sembra fino al 1850, anno in cui viene venduta, unitamente ai 12 poderi tenuti a mezzadria da alcuni coltivatori. Dal 1850 al 1880 la tenuta cambia tre proprietari, per poi passare nell’asta del 23 giugno 1881 all’avv. Enea Facchini, il quale, con una serie di acquisti sulle terre vicine, allarga la tenuta. Nel 1943 il rag. Alessandro Facchini dona la vasta proprietà al Ricovero di Bologna, riservando l’usufrutto alla moglie Maria Facchini Salvatori, deceduta nel 1977.

Dopo aver fornito le notizie salienti riguardanti le origini di questa residenza storica siamo invogliati a visitarla e notiamo che, all’interno del corpo centrale, la loggia passante del piano nobile consente una splendida visione sia del parco a Nord, col viale alberato verso l’ingresso principale, sia del grande prato a Sud con la cavedagna che taglia la campagna coltivata.
La distribuzione interna, che risulta di grande semplicità, unisce vari ambienti tra i quali spiccano due sale con camino, l’una con l’affaccio sul cortile ad Est e l’altra rivolta a meridione verso il grande prato. Sul lato orientale, in un vano comunicante con la loggia esterna, si trova la cappellina semplice e disadorna. Annotiamo che, sopra la porta che si affaccia verso la loggia esterna, è posizionata una lapide in memoria della Contessa Beatrice Lanzi, moglie di Enea Facchini, morta in questa villa nel 1884. Il secondo piano dell’edificio, che attualmente non è visitabile per mancanza di interventi di restauro, presenta lo stesso impianto distributivo di quello inferiore ma con i soffitti più bassi, che riportano dei dipinti solo nelle due stanze a Sud-Ovest vicino alla scala. Troviamo, però, su alcune pareti, scritte e disegni sbiaditi che rimandano alla memoria l’occupazione  della villa e del paese da parte delle truppe tedesche nella seconda guerra mondiale.
In tutti gli ambienti del piano nobile della villa, loggia e vano scala esclusi, appaiono splendide decorazioni seicentesche nel soffitto ligneo a lacunari e nei fregi delle pareti; otto stanze presentano dipinti a grottesche e riquadri istoriati, eseguiti da due mani differenti. Una parte di queste pitture, realizzate tra il 1525 e il 1590, sembrano dovute a Cesare Baglione e riportano soggetti commissionati da un colto personaggio della famiglia Angelelli; esse raffigurano il carattere moralistico-didascalico teso a commemorare iniziative pie e culturali della famiglia nobile di Argelato.
Per quanto riguarda l’altra parte delle pitture, annotiamo la presenza di un altro pittore, probabile collaboratore del Baglione, che lavora alle decorazioni della sala e dei quattro ambienti della zona a Est, realizzando le scene di vita dei campi, di pesca e di caccia.
I soggetti dei fregi parietali e dei soffitti lignei nelle stanze al primo piano di Villa Beatrice sono il frutto di un’équipe di decoratori specializzati nel settore delle grottesche e del paesaggio.
Essi infatti, se hanno rappresentato, come vedremo successivamente in Palazzo Sampieri Talon, un’antologia dei diletti di villeggiatura secondo l’iconografia cinquecentesca, determinano qui un’evoluzione significativa dei contenuti della rappresentazione.
Siamo in presenza ora di fregi che esibiscono figure di divinità mitologiche e paesaggi con stemmi e motti araldici, inquadrati in cartelle contornate ai lati da sirene scultoree e in basso da tralci floreali; sovente è intercalata a questa un’altra foggia di cartella sormontata da due amorini in atteggiamento vezzoso.

Possiamo ricordare che per promuovere la cultura e la bellezza del territorio di Argelato non solo ai Comuni circostanti ma anche a quelli più “lontani” come per esempio verso Bologna, Ferrara e Modena, alla fine del 2006 è nata l’Associazione culturale “Beatrice” che, attraverso svariate e numerose iniziative ed eventi (come concerti, manifestazioni artistiche ecc.), mira alla conoscenza di questo piccolo comune e delle sue gemme.

Sabato pomeriggio: da Villa Beatrice, continuiamo il nostro viaggio lungo la strada provinciale centese per circa 3 km e, giunti in località Volta Reno, svoltiamo a sinistra in via delle Lame e al civico n. 1 facciamo una sosta presso l’Oratorio di San Donino.

L’Oratorio è attualmente di proprietà privata, trovandosi nelle vicinanze di Palazzo Sampieri, appartenente al Marchese Sampieri Talon ed è normalmente aperto solo durante le Funzioni religiose e in occasione della festa del patrono, il 9 ottobre, celebrata la seconda domenica di ottobre.
L’ubicazione e l’orientamento della costruzione posta in fondo ad un lungo tratto rettilineo di via Lame denotano un’epoca di impianto remoto; via delle Lame, ovvero l’antica via delle Lamme, è stata storicamente una delle più importanti vie di comunicazione esistenti fra la città di Bologna e il contado posto a nord, lungo il corso del Reno, pertanto l’Oratorio era stato posto lungo questa strada, all’incrocio con una viabilità locale e in posizione strategica rispetto alla stessa via Lame.

Proseguiamo lungo la medesima via alberata che si inoltra verso l’argine maestro del fiume, fino a fronteggiare un vasto parco al cui centro si impone palazzo Sampieri-Talon, altra dimora di campagna di aristocratici bolognesi.
Le prime informazioni pervenuteci ci parlano della presenza, in origine, nella zona di Volta Reno, di un castello distrutto come altri dalle varie invasioni e guerre che nell’arco di trecento anni dopo l’epoca medievale hanno colpito la pianura bolognese. L’inusitata ampiezza dell’edificio e la conformazione del basamento del muro perimetrale a scarpata inclinata ci può suggerire l’idea che esso sia stato costruito sui ruderi dell’antico castello. Nella documentazione antica si annota la notizia che nel XVI secolo il palazzo è stato ampliato, ristrutturato esternamente ed abbellito con nuovi dipinti all’interno, sul luogo ove precedentemente sorgeva una villa che aveva ospitato Papa Giulio II, nel 1511. A cavallo dei primi del ‘700 giunge probabilmente l’ultima importante ristrutturazione che trova l’intervento principale nell’innalzamento dell’edificio di un piano.

L’aspetto distributivo del palazzo presenta un piano seminterrato e tre piani collegati da una scala nobile e una di servizio; tutte le sale al piano rialzato sono decorate a soffitto con finte tarsie lignee, e riportano fregi pittorici nelle fasce perimetrali superiori. Le scene dipinte ritraggono spesso grottesche ed immagini della villa prima e dopo la ristrutturazione; largo spazio trovano anche gli episodi biblici e le scene di caccia e pesca, ove risulta probabile l’esecuzione del collaboratore di C. Baglione che opera, come abbiamo visto, a Villa Beatrice. Al piano nobile, tra i vari dipinti spiccano quelli nel fregio superiore della loggia, della attuale sala del biliardo e della piccola cappella, ancora intatta nel proprio splendore. Gli ambienti tra la loggia e la cappella sono quelli che contengono le pitture con le storie della Genesi: la creazione del mondo, dell’uomo e della donna, il peccato originale, la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre e il loro asservimento al lavoro per vivere. Al livello superiore la grande sala d’armi, oltre a stupire per le proprie dimensioni, affascina per il grande dipinto dello stemma nobiliare dei Sampieri di Bologna e per il grande quadro raffigurante l’albero genealogico della famiglia dalle origini al 1736, appeso alla parete centrale.

La villa attualmente accoglie varie tipologie di eventi come manifestazioni culturali, presentazioni di aziende, dimostrazioni di tecnologie, convegni, ricevimenti di nozze e serate di gala ma solitamente non è aperta al pubblico per visite guidate.
Un’eventuale possibilità per poterla visitare accompagnando dei gruppi sarebbe richiedendo un appuntamento tramite e-mail a talon.carolina@gmail.com.
Sempre rimanendo in via Lame, un’altra tappa di questo breve percorso turistico è da effettuarsi in località Savignano dove fino agli anni ’50 del ‘900 esistevano una villa padronale, due botteghe artigiane, una stalla e una rimessa per cavalli. Nel 1668, secondo l’autore ottocentesco Luigi Aureli, in questa località venne edificata dalla Famiglia Zanchini una cappella dedicata alla Madonna di Loreto e sempre secondo l’autore, che scrive nel 1849, la cappella venne demolita in epoca non molto lontana dalla data delle sue ricerche. L’autore segnala però la presenza successiva di un nuovo oratorio dedicato alla Natività di Maria Vergine ma edificato in posizione diversa rispetto all’allocazione dell’esistente luogo di culto.

Nelle vicinanze si può segnalare l'area denominata "Vasche dell'ex zuccherificio", costituita dai bacini di decantazione dell'ex zuccherificio I.S.I. di Argelato, oggi zona di particolare interesse paesaggistico-ambientale.
Alla fine degli anni ’90, infatti, questi bacini sono stati oggetto di interventi di bonifica ambientale da parte della Regione Emilia Romagna che hanno comportato la rimozione di manufatti di metallo e calcestruzzo e la piantumazione di alberi e arbusti autoctoni per creare ambienti idonei per la conservazione e l’incremento della comunità faunistica selvatica.
L’intervento che il Comune di Argelato si propone è finalizzato a rendere l’area fruibile da un punto di vista naturalistico, didattico e divulgativo attraverso l’individuazione di percorsi e punti di osservazione; attualmente sono presenti due stazioni attrezzate per l’osservazione che sono state allestite su preesistenti punti sopraelevati e semplici punti di osservazione costituiti da cannucciati che si affacciano sui bacini.

Secondo percorso: gli scrigni d'arte, natura e cultura nelle frazioni di Argelato

Domenica: il secondo percorso è consigliato agli amanti della bicicletta perché consente di apprezzare la campagna rigogliosa che circonda l’abitato di Argelato. Durante questo itinerario scopriremo altre dimore storiche di eccezionale valore artistico e piccole località ancora immerse nella pace della campagna bolognese, con scorci ambientali ancora a misura d’uomo e aspetti paesaggistici meritevoli di grande attenzione e rispetto, che aspettano di essere conosciute.

Dall’Oratorio del Savignano possiamo proseguire in bicicletta il nostro itinerario che questa volta ci porta ad un’altra tappa alla scoperta delle frazioni di Argelato: Malacappa, che merita senz’altro una sosta poiché è una piccolissima e suggestiva borgata, stretta e raccolta tra gli alti argini del fiume Reno.
Questo piccolo insediamento abitativo, dal grande fascino, lo raggiungiamo sempre lungo via Lame, nei pressi dell’incrocio con via Casadio e via Quattro Portoni, dove la strada effettua una deviazione sull’argine per via Rampe di Malacappa. Ecco che arriviamo a destinazione, in un paesaggio rurale che conserva tuttora alcune tra le sue principali connotazioni. In questo paesino, abitato ormai da poche anime, rimane in stato di abbandono e di silenzio una testimonianza della seconda guerra mondiale, la tenuta agricola Arpinati.
Leandro Arpinati, uno dei massimi esponenti del fascismo bolognese negli anni Venti, entra in polemica con Mussolini e giunge a criticare il regime, le tessere obbligatorie e non risparmia severi giudizi sul corporativismo. Il partito fascista gli propone un remunerato armistizio, cariche prestigiose e ben pagate, e una residenza fuori Bologna. Non accetta, quindi viene mandato a Lipari, al confino, e successivamente gli viene consentito di stabilirsi in una tenuta che, con l’aiuto di qualche amico, si è comperato a Malacappa, ma sarà sempre sotto la vigilanza della polizia. Fra il 1943 e il 1945 la casa di Leandro Arpinati (con un allevamento di cavalli andato in malora, tra l’argine e il fiume) è un piccolo crocevia: vanno e vengono vecchi fascisti e antifascisti ricercati dai repubblichini, vi si nascondono militari alleati e vi prendono alloggio reparti tedeschi. Una situazione che si fa più drammatica con l’avvicinarsi del fronte: bombardamenti, rappresaglie, deportazioni e uccisioni di amici, fino a un tragico giorno di primavera, il 22 aprile del 1945, che vede l’uccisione di Arpinati a opera di alcuni misteriosi individui che fanno parte di un commando partigiano che scende da un camioncino, il giorno dopo l’entrata degli Alleati a Bologna.

Domenica pomeriggio
:
continuiamo il nostro itinerario in bicicletta e svoltiamo a sinistra in via Casadio.
Dopo circa 1 km giungiamo nella frazione di Casadio, che si forma probabilmente intorno al 1200 come luogo di ritiro e preghiera tra le folte boscaglie esistenti. Il riferimento trova conferma dai Canonici Lateranensi di S. Salvatore di Bologna, presenti nel luogo dal 1154 al 1437, come testimonia un edificio esistente a duecento metri dalla attuale chiesa. L’edificio originale, soggetto a continue inondazioni per la vicinanza con il fiume Reno, viene ricostruito in luogo più sicuro, distante da quello precedente di circa un chilometro; di esso rimane solo una scritta in un pilastrino affiorante sull’argine del corso d’acqua. L’intero impianto ornamentale settecentesco della chiesa parrocchiale dedicata ai Santi Giacomo e Filippo, ad unica navata, si presenta con il soffitto voltato e quattro cappelle laterali; la cappella maggiore contiene il coro, due cantorie e l’organo del 1870 attribuito al Verati. Sulla volta a botte della navata troviamo le quadrature con tre splendidi tondi di origine settecentesca, rappresentanti le virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. Passando alla descrizione delle cappelle e partendo nel percorso dall’altare maggiore, troviamo nella prima a destra un quadro ottocentesco di S. Stefano mentre in quella a sinistra un polittico della Madonna del Rosario, con l’immagine della Vergine col Bambino al centro. Proseguendo tra le cappelle incontriamo dipinti ottocenteschi raffiguranti prima la Madonna poi vari Santi. A sinistra dell’ingresso principale si trova il fonte battesimale, di fronte al quale, in un ambiente di eguali dimensioni, ci si immette nell’unico oratorio della zona, dedicato a S. Antonio da Padova ed eretto in aderenza alla chiesa durante la fine del XVII secolo.

Proseguendo lungo via Casadio per circa 3 km giungiamo di fronte ad un altro palazzo storico che merita di essere ammirato; è il Palazzo della Morte (o Palazzo del Vignola) che individua la proprietà nella Confraternita di S. Maria della Morte (struttura ospedaliera e religiosa dedita alla cura e al soccorso degli ammalati e all’aiuto presso i condannati a morte con l’assunzione dei compiti riguardanti la sepoltura dei cadaveri) ottenuta grazie ad una probabile donazione di un privato. Le indagini effettuate per consentire di ampliare le lacunose conoscenze sulle origini del palazzo si sono svolte presso la sagrestia della Chiesa di Funo di Argelato, sull’elenco dello stato delle anime.
Nel volume che esamina gli anni 1767-1810 è stata rinvenuta la testimonianza relativa ad una eredità goduta dalla Confraternita di S. Maria della Morte (1723) da parte della famiglia Fava ma la presenza del fondo e del palazzo è testimoniata anche nel 1644, quando il perito agrimensore Camillo Saccenti è incaricato della stima dei beni mobili e immobili. Tornando indietro di alcuni decenni, si passa al 1614 dove si trova il testamento di Galeazzo Fava e in annesso documento si trova la menzione dell’esistenza del palazzo. Prima di questo documento si assiste ad un periodo piuttosto lungo in cui Galeazzo Fava rimane in vita e non dà testimonianze notarili che possano gettare spiragli di luce sulla presenza del nobile edificio.
Giungiamo quindi alla metà del ‘500, senza poter sondare cosa succede in questo lasso di tempo che è fondamentale poiché vede il fiorire delle maggiori architetture fuori le mura di Bologna. Mancano inoltre le notizie sul progettista che non possono confermare le ipotesi sul Vignola (Jacopo Barozzi) anche se possiamo annotare che questo grande interprete del panorama architettonico italiano opera sino al 1573, proprio il periodo più importante per la probabile edificazione del Palazzo della Morte.

Oggi l’edificio è di proprietà di una società (Tonino Lamborghini) che, dopo un’appassionata opera di recupero, lo adibisce a meeting, convegni, ricevimenti nuziali, gala aziendali e special events, pertanto non è aperto al pubblico per visite guidate.
(Per informazioni info@palazzodelvignola.com oppure eventi@lamborghini.it)
Continuiamo il nostro percorso fino alla fine di via Casadio e imbocchiamo via Funo per arrivare all’ultima tappa che prevede la visita del Museo della Civiltà Contadina in Miniatura che ha trovato ospitalità in un’apposita sala del Centro Sociale Funo (via Nuova 27).
Questa realizzazione è nata grazie alla creatività e alla passione del signor Gloriano Sorghini e si configura come omaggio alla vita e al lavoro rurale pressoché scomparsi in queste terre.
Possiamo quindi ammirare, nelle varie sezioni accuratamente delineate del patrimonio espositivo, un centinaio di modelli in miniatura che riproducono fedelmente scene di vita tradizionale, attrezzi, strumenti, oggetti, macchinari e fasi di lavoro caratterizzanti il mondo rurale di oltre 50 anni fa.

Le offerte culturali di questa zona sono quindi svariate e per tutti i gusti, dai più piccoli ai più anziani che possono anche soltanto immergersi nei sentieri di campagna per ammirare la natura che li circonda e, per i visitatori che hanno più tempo a disposizione per sostare in queste località, si possono trovare numerosi agriturismi che offrono in vendita prodotti coltivati in loco e specialità gastronomiche da degustare.

Ulteriori informazioni

I due percorsi sopra descritti fanno parte dell'opuscolo La pianura bolognese tra Reno e Navile: nelle terre di Argelato realizzato da Sara Celeghin in collaborazione con il Comune di Argelato presso il quale lo si può trovare in versione integrale scaricabile dal sito.