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La Pianura Padana

Più di duemila anni fa la Pianura Padana si mostrava ricoperta di fitte foreste in cui i villaggi sorgevano nelle radure, abitati da rare popolazioni dedite prevalentemente alla caccia.
Furono gli antichi romani che, assegnando quelle terre conquistate ai soldati che avevano servito nell’esercito, disboscarono massicciamente la pianura del Po e divisero il territorio col sistema della centuriazione, ricavando innumerevoli lotti di terra fertile da coltivare e creando i presupposti di un’agricoltura ben organizzata e fruttuosa.

Ma dopo le invasioni barbariche, nell’alto Medioevo, quell’organizzazione venne abbandonata e la foresta a poco a poco riprese il suo antico posto nella pianura.

Nel XII secolo infine il cambiamento decisivo: alluvioni catastrofiche del Po tra Veneto, Lombardia ed Emilia cambiarono il corso del grande fiume e dove erano stati campi e foreste si crearono estese paludi.
Gli abitanti impararono a vivere di pesca, caccia e prodotti della palude adattandosi ad un ambiente umido e malsano, sicuramente selvaggio e popolato da distese di verdi piante acquatiche, animali selvaggi e uccelli d’acqua.
Questo rimane il ritratto più tipico della zona umida così come si è conservata almeno sino alla fine dell’800.
Da allora ai giorni nostri lavori incessanti di bonifica hanno ritrasformato il territorio della pianura padana, ricavando dalla palude terra “asciutta” da coltivare, da popolare, da utilizzare per costruire paesi e industrie.

Le zone umide

Le zone umide sono ambienti caratterizzati dalla presenza di acqua e definiti nel 1971 dalla Convenzione internazionale di Ramsar sulle zone umide come: “stagni, paludi, torbiere, bacini naturali e artificiali permanenti o temporanei, con acqua stagnante o corrente, dolce, salmastra, salata, incluse le aree marine la cui profondità non supera i sei metri durante la bassa marea.”

Nella nostra regione, prima delle grandi bonifiche della fine dell’800, le zone umide erano ubicate nel ferrarese e ravennate, con estese propaggini nel bolognese e modenese; erano depressioni naturali temporaneamente o permanentemente sommerse a causa del ristagno di acque meteoriche o provenienti da corsi d’acqua e/o da falde freatiche.

Il paesaggio era dominato da boschi alternati a canneti, prati umidi, specchi d’acqua grandi e piccoli popolati da anfibi, rettili, uccelli limicoli, anatre e dalle tristemente note zanzare anofele, portatrici della malaria.

L’uomo ha quindi trasformato queste zone umide naturali, a seconda delle proprie necessità, in risaie, maceri per la lavorazione della canapa, bacini di decantazione e depurazione di acque e fanghi provenienti da zuccherifici e allevamenti.
L’importanza ecologica di questi ambienti artificiali, presenti tuttora nel nostro territorio seppure con estensione molto limitata rispetto al passato, è sempre dipesa dalla loro capacità di ospitare specie vegetali e animali tipiche delle zone umide naturali.
Nonostante l’origine antropica, risaie, maceri, etc. hanno svolto per molto tempo un importante ruolo di supporto per numerose specie animali, in particolare anfibi, rettili e uccelli, durante tutto il loro ciclo biologico o alcune fasi importanti, come la riproduzione, l’alimentazione e il rifugio.
Da pochi decenni le zone umide sono state rivalutate per la loro capacità di limitare i danni provocati dalle alluvioni e mitigare l’inquinamento delle acque per usi civili.
Le zone umide servono infatti a regolare l’attività delle falde freatiche e a controllare le piene dei fiumi fungendo da casse di espansione.
Ma solo negli ultimi anni è stata unanimemente riconosciuta anche la loro importanza ecologica: le zone umide sono infatti gli unici spazi naturali di dimensioni rilevanti rimasti in pianura e, per questo, hanno assunto fondamentale importanza nella salvaguardia della biodiversità.

Le zone umide permanenti

Sono ambienti caratterizzati da ampi specchi d’acqua, liberi da vegetazione emergente ma ricchi di vegetazione sommersa; nell’intrico di radici, fusti e foglie trovano riparo da predatori numerosi organismi acquatici (invertebrati, larve di anfibi, avannotti e pesci adulti).

Talvolta in superficie crescono piante “natanti” come le lenticchie d’acqua oppure radicate al fondo e con foglie e fiori galleggianti, come le ninfee o i ranuncoli d’acqua.
La profondità dell’acqua deve essere almeno di mezzo metro per permettere l’alimentazione delle anatre tuffatrici, di folaghe e di uccelli che si nutrono di pesci come il cormorano, il tuffetto e lo svasso maggiore.
Il falco di palude e la biscia dal collare sono i predatori di questo ambiente.
Le anatre tuffatrici come le morette e i moriglioni si immergono completamente e nuotano sott’acqua per raccogliere vegetazione e invertebrati sul fondo.
Per alzarsi in volo devono correre sull’acqua prima di raggiungere la velocità sufficiente; ciò è dovuto alla posizione arretrata delle zampe che facilita il nuoto subacqueo ma rende difficile spiccare il volo.

I prati umidi

Questi ambienti ora rari nella nostra pianura, un tempo erano frequenti ai margini delle zone umide e venivano utilizzati per il pascolo estivo degli animali.
Sono costituiti da distese erbacee o vasche nelle quali viene mantenuto uno strato d’acqua variabile tra pochi millimetri e pochi centimetri.

Sono ambienti ideali per diversi anfibi tra cui la rana verde e il rospo smeraldino il cui canto armonioso echeggia nelle prime giornate calde di primavera.
In inverno e durante le migrazioni degli uccelli i prati umidi assumono un’importanza vitale perché offrono zone di sosta e alimentazione a numerosi limicoli quali la pittima, il chiurlo, la pantana e il beccaccino.
Il cavaliere d’Italia e la pavoncella utilizzano questi ambienti anche come aree di nidificazione.
Vi sostano pure anatre di superficie (germano reale, marzaiola, mestolone, alzavola, codone) ma è possibile poter osservare anche oche, spatole, cicogne e aldeidi (airone cinerino, airone bianco, garzette, notticore).
Le anatre di superficie per alimentarsi si limitano ad immergere la testa o al massimo la parte superiore del corpo come i germani.
Queste anatre per spiccare il volo dall’acqua fanno solo un piccolo balzo.
I limicoli sono uccelli che frequentano le aree fangose per alimentarsi di piccoli invertebrati.
Hanno tutti becchi di lunghezza differente e ciò permette loro di ricercare il cibo senza entrare in competizione gli uni con gli altri.
Il becco più lungo rispetto alle dimensioni corporee lo ha il beccaccino, ma sono sicuramente più originali il becco rivolto verso l’alto dell’avocetta e quello rivolto verso il basso del chiurlo.

I canneti

I canneti solitamente si trovano ai bordi degli specchi d’acqua profondi.
Sono associazioni di varie specie vegetali che rimangono con l’apparato radicale e la parte basale quasi sempre sommersi, mentre foglie e fiori emergono dall’acqua.
Sono costituiti prevalentemente da cannuccia palustre, tifa o mazza sorda, giunchi e carici.

La cannuccia è la pianta che meglio sopporta le variazioni del livello dell’acqua; si distingue dalle altre canne per le foglie lunghe e strette e per l’infiorescenza formata da una pannocchia soffice e piumosa.

La tifa è caratterizzata dall’infiorescenza cilindrica brunorossiccia che, a maturità, si disgrega disperdendo nel vento piccoli ciuffi cotonosi.

Al loro interno i canneti presentano un’elevata ricchezza faunistica: dipendono da questo ambiente per lo svolgimento del loro ciclo biologico numerosi insetti quali afidi, libellule, farfalle e invertebrati acquatici.
Le raganelle si nascondono tra foglie e fusti grazie alla colorazione verde brillante.
Un’attenta osservazione può mostrarci lo spostamento da una pianta all’altra dei piccoli passeriformi alla ricerca di semi e insetti (cannareccione, basettino, migliarino di palude, cannaiola).
Il tarabuso, il falco di palude, l’airone rosso, la gallinella d’acqua prediligono il canneto per cacciare, rifugiarsi e nidificare.
Questi uccelli grazie al piumaggio mimetico e all’immobilità che assumono, se minacciati, sono in grado di scomparire al loro interno.

I boschetti

La creazione di boschetti ai margini delle zone umide, oltre ad essere un importante protezione da agenti di disturbo per la fauna selvatica, fornisce siti di alimentazione, rifugio e nidificazione per numerosi uccelli: aironi e cormorani utilizzano gli alberi come siti di sosta e di nidificazione; alcuni passeriformi, come il pendolino, appendono il loro nido ai rami degli alberi.

Le siepi

Un tempo molto presenti nelle nostre campagne, le siepi venivano utilizzate come confini naturali e come barriere frangivento; l’agricoltura industriale le ha quasi ovunque sacrificate.
La siepe è formata da una densa vegetazione di cespugli bassi e alti, con singoli alberi, e da uno strato erbaceo.
Gli arbusti che la compongono sono in prevalenza biancospino, rovo, sanguinello, pruno, sambuco, rosa canina.
E’ un habitat importantissimo per la fauna salvatica: offre cibo, rifugio, tane ad una miriade di insetti, piccoli mammiferi, anfibi e rettili.
D’inverno, quando scarseggia il cibo, molti passeriformi riescono a sopravvivere nutrendosi dei frutti prodotti dai cespugli.

ulteriori approfondimenti

Ecco una lista di siti di notevole interesse locale che approfondiscono gli aspetti del nostro paesaggio.

Natura di Pianura - Gestione Integragrata della Aree Protette di Pianura (GIAPP)

Bentivoglio e Dintorni